Come superare una prova di assessment di selezione del personale

Nelle mie sessioni di consulenza alla carriera mi trovo a supportare molti miei clienti sul superamento di colloqui o prove di gruppo. Ecco alcune osservazioni e considerazioni utili:

Gli assessment sono delle prove di selezione svolte in gruppo, che prevedono l’osservazione e la valutazione dei tratti più personali e attitudinali. Solitamente i selezionatori esperti le propongono per valutare le skill relazionali e organizzative di ruoli che prevedono il contatto con le persone e responsabilità su altri. Figure junior di coordinamento o dove l’aspetto di comunicazione è fondamentale: ad esempio, figure di account, venditori, oppure team leader, project manager.

La prova di gruppo mira a valutare le capacità comunicative e relazionali come l’ascolto attivo, la leadership, le capacità di mediazione e di organizzazione del lavoro e soprattutto quelle di lavoro in gruppo. Analizza alcuni tratti di personalità e la gestione delle proprie emozioni. Per tali motivi non vanno confuse con le prove di tipo tecnico.

Le prove di gruppo prevedono la presenza di più selezionatori – osservatori, alcuni sono silenti e prendono nota della dinamica e dei comportamenti agiti durante le prove. Solitamente il rapporto è di due candidati osservati da ogni selezionatore.

Premesso che ogni Società di selezione organizza e gestisce le prove di gruppo, in maniera originale e secondo le caratteristiche di personalità e competenze specifiche di ogni profilo ricercato, indichiamo, in genere, le prove più diffuse.

Solitamente la prima prova prevede un’autopresentazione di sé e del proprio percorso di studi in un tempo prestabilito, solitamente 3-4 minuti a persona.

Consiglio di strutturare e preparare questa prova a casa, provandola magari davanti allo specchio, facendo attenzione di mettere in luce le competenze tecniche e quelle personali più in linea con la posizione ricercata.

In questa prova il selezionatore segna ed evidenzia le aree su cui il candidato si è soffermato di più e quelle che possono avere più rilevanza per il profilo. Si fa una prima idea dello stile comunicativo, della presenza e dell’allineamento delle esperienze e le paragona con il suo profilo ideale.

Una seconda prova da affrontare potrebbe essere la discussione libera del gruppo di candidati su un argomento di attualità. Il consiglio in questo caso è quello di rendersi partecipe alla discussione in maniera assertiva, ossia né passiva né aggressiva, ma sempre propositiva.

L’altra prova può essere più strutturata e può riguardare lo stimolare una discussione detta “senza leader assegnato”, in cui si chiederà in un tempo massimo di 40 minuti di risolvere o dare un giudizio di valore su un caso scritto. Vi si chiederà di scegliere tra varie alternative, e di fare alcune scelte, prima individualmente e poi condivise in gruppo, con la finalità di creare una graduatoria unanime di soluzioni.

In questo tipo di prove è bene essere sé stessi, evitando di essere troppo rigidi sulle proprie posizioni o critici, non rimanere troppo legati alle prime scelte individuali svolte ma capire le volontà di tutti, rimettendosi in discussione. Il comportamento più adeguato è di essere cooperativi, flessibili e di attivare nei confronti degli altri membri del gruppo un ascolto attivo ed una collaborazione adeguata.

Altre possibili prove, in alternativa o a completamento, possono essere prove con ruoli prestabiliti, assegnati, in cui ad ogni partecipante viene dato un obiettivo da raggiungere nella discussione diverso e competitivo rispetto a quello degli altri. Anche qui è bene attivare una comunicazione negoziale e non mostrarsi mai aggressivi.

Le prove di gruppo possono essere intervallate dalla compilazione individuale di questionari auto- valutativi o di tratti di personalità;

Alla fine della giornata, potreste affrontare anche un colloquio motivazionale, individuale, di più breve durata. Quest’ultimo può essere somministrato anche in un giorno diverso, solo ai candidati selezionati.

Una prova senza ruoli definiti o assegnati molto nota ed utilizzata si chiama “la donna sul ponte”. Questa prova è decontestualizzata da uno specifico settore lavorativo ed è solo uno stimolo per attivare una discussione in un gruppo di lavoro di massimo 8 persone.
Gli osservatori, solitamente uno per ogni persona presente nel gruppo, fanno valutazioni qualitative, valutando non tanto il contenuto della discussione o il fine ultimo della prova ma quanto la modalità di interazione e comportamento agito tra le persone.
I selezionatori, in genere nelle prove di gruppo, per ogni candidato valutano in particolare:

  • i turni di parola, ossia quante volte la persona prende parola. Più si parla più risultate attivi nell’interazione e influente del gruppo.
  • le capacità di ascolto: fate attenzione a non interrompere gli altri mentre parlano o a sovrapporvi.
  • di integrazione con il gruppo, mostratevi flessibili e alleatevi con gli altri candidati. Preferite una posizione di mediazione piuttosto che di leader a tutti i costi.
  • Ma anche la capacità di orientamento al compito, ossia valutano come organizzate le informazioni, se siete attenti ai tempi di lavoro.
  • Leadership: i selezionatori cercano di comprendere quanto siete una persona portata alla guida piuttosto che a seguire gli altri. In questo caso siate voi stessi.

Attraverso le Sessioni di Coaching,  sarai in grado di superare colloqui individuali e di gruppo per raggiungere la situazione di impiego che vuoi e sentirti più felice e soddisfatto nella vita di tutti i giorni, contattami per saperne di più.

Work Life Balance: il metodo P.I.A.N.O. (©)

Work Life Balance Concept. The meeting at the white office table.

«Il work life balance» è sempre più un’esigenza che permette alle persone impegnate giornalmente in progetti di business di recuperare quelle energie e quelle forze prima mentali e poi anche fisiche per ricaricarsi ed essere più lucidi.

Coniugare in modo equilibrato l’impegno professionale e i bisogni personali è un tema di cui anche le aziende se ne stanno facendo carico, dando maggiore attenzione a percorsi di coaching o sviluppo personale per i propri manager sempre in tensione per raggiungere risultati sfidanti in un mercato competitivo.

Le organizzazioni che pongono centralità sul tema del «work life balance» definiscono questo aspetto fondamentale non solo per migliorare la retention dei talenti, ma anche per aumentare il livello di engagement di chi lavora nell’organizzazione.

I programmi vincenti sono quelli che riducono il controllo sui tempi e sulle modalità di svolgimento del lavoro e puntano ad innalzare il livello di professionalità delle persone.

Ma per fare questo occorre intervenire sulle proprie modalità di organizzare e gestire il tempo di lavoro e recuperare competenze di metodo e pianificazione.

Il tempo è una risorsa diffusa, uguale per tutti; ma il tempo non è infinito ma limitato e non si può immagazzinare né recuperare, lo si può solo organizzare.

Nell’era del web e delle distrazioni cibernetiche il tempo ci sfugge, non riusciamo a  dedicarci alle attività importanti per noi e il nostro business in maniera costante e questo diventa un fattore disturbante che nel lungo periodo porta conseguenze prima sul nostro umore e successivamente sulla nostra salute.

Le tecniche per ritagliarsi il tempo e per fare le attività importanti sono molteplici ma il segreto è quello di mantenersi saldi e costanti su quello che ci siamo prefissati e di iniziare ad essere più rigorosi sui messaggi non utili in quel momento per la soluzione dei nostri progetti.

E’ necessario recuperare attitudini personali come la disciplina e la costanza: fare in modo che niente possa disturbare il raggiungimento del proprio obiettivo.

Nelle mie sessioni di coaching presento ai miei clienti il metodo P.I.A.N.O (©) qui spiegato per organizzare e gestire meglio il proprio tempo e recuperare l’equilibrio tra vita privata e lavorativa; occorre imporsi ad utilizzare questo metodo sia che si tratti di attività personali sia di attività di business.

Bisogna valorizzare il tempo dedicato a se stessi; questo rimane l’unica fonte di recupero per attivare nuove energie in campo di business.

Ma la neurofisiologia ci insegna che abbiamo bisogno di ricompensarci anche in maniera diversa, con attività che stimolano il relax e il sorriso in genere, il nostro sistema nervoso; queste a loro volta attivano i neurotrasmettitori di monoamine (serotonina, dopamina e noradrenalina) che hanno la funzione di modificare l’umore, il carattere, placare l’aggressività, oltre che stimolare l’apparato respiratorio, cardiovascolare e molto altro.

Ecco delle semplici regole per mettere in campo nella tua quotidianità il metodo P.I.A.N.O (©)

  • Pianifica la tua giornata scomponendola in sessioni di tempo.
  • Identifica le attività che ti risultano importanti e prioritarie da portare a termine. Dovrebbero essere attività con scadenza più lunga e non ancora in urgenza.
  • Annota cosa fare in quella sessione di tempo dedicata; prendi l’agenda e segna la sessione temporale dedicata a quella attività come se fosse un vero e proprio appuntamento. Devi prenderlo con la serietà di un qualsiasi altro impegno.
  • Neutralizza ogni distrazione; tieni la suoneria bassa o lo smartphone lontano, chiudi e disconetti ogni app e social, se non necessari per quell’attività.
  • Obbligati a rispettare quell’appuntamento, non cancellarlo e non saltarlo e fai in modo che in quel lasso di tempo nessuno ti disturbi. Inizia a concentrarti. Se ti può essere utile attiva un timer o un contaminuti, anche quelli da cucina e impostalo sul tempo che hai deciso di dedicare alla sessione.
  • Fai esattamente le attività che ti sei prefissato.
  • Se il tempo è terminato puoi interromperti. Se non hai terminato puoi decidere di dedicare un’altra sessione più breve per completare.
  • Prima di chiudere la sessione temporale ritorna a svolgere un nuovo P.I.A.N.O. (©) per l’indomani
  • Alla fine del progetto premiati e sii soddisfatto di te stesso!

Se sei interessato alla mie sessioni di coaching scrivimi a m.perciavalle@makeitso.it

Elogio dell’ozio

Riposo, relax, ozio. Comunque lo chiamiate, non il padre dei vizi, ma il tempo in cui si fanno i conti con sé stessi e ci si realizza in maniera creativa. Perché l’uomo non è solo ciò che produce.

Sono stato intervistato da Barbara Autori per la rivista mensile Nuovo Consumo riservata per i soci Unicoop Tirreno

Ecco lo speech della mia intervista:
Un’intera giornata dedicata a riposarsi. Un sogno che diventa realtà il 15 Marzo, data in cui si celebra la Giornata Mondiale del Sonno (worldsleepday.org). Un’occasione unica per indugiare senza sensi di colpa. Sonnecchiare dopo pranzo.
Starsene in panciolle. Non pensare a niente e ricaricare le pile. Piccole e grandi pause fatte di ozio: quel dolce far
niente spesso rimandato al momento delle vacanze ma che, invece, dovrebbe appartenere alla vita di tutti i giorni. «I pensieri delle tante incombenze giornaliere – sottolinea Massimo Perciavalle, psicologo del lavoro – spesso impediscono di concentrarsi sul proprio essere. È nei momenti di ozio, invece, che è più facile riavvicinarsi alle proprie emozioni e meditare sulle nostre caratteristiche affinché possano essere valorizzate». 

Valorizza le tue competenze

Nel mese di dicembre ho sviluppato un Webinar sul tema delle competenze e su come valorizzarle, grazie al portale del lavoro Jobadvisor.

Nel Webinar ho parlato dell’importanza delle competenze soft per l’inserimento professionale in azienda e per il raggiungimento di obiettivi di performance eccellenti.

Le competenze soft o morbide rappresentano la parte più vicina a noi, sono le inclinazioni e i tratti di personalità che mescolati con l’esperienza, le conoscenze pregresse e la motivazione permettono alle persone di attivare comportamenti performanti.

Ci sono diverse ricerche sulle competenze del futuro soprattutto delle università americane che fanno riferimento all’ importanza di questi aspetti più che a quelli tecnici e specialistici che possono fare la differenza tra una persona ed un’altra in ingresso in azienda ma anche tra un professionista ed un altro.

Eccone la descrizione delle 5 più importanti per me:

  1. Problem Solving: estrarre significati e concetti da grandi quantità di dati. Saper guardare altri punti di vista e trovare soluzioni agevoli in un mondo complesso
  2. Intelligenza emotiva e sociale: include le competenze comunicative e relazionali, di leadership, la negoziazione, il riconoscimento dei propri stati emozionali per navigarli e saper affrontare difficoltà e conflitti con efficacia;
  3. Pensiero critico: sono le capacità di individuare soluzioni oltre le cornici di riferimento prestabilite; essere propositivi e autonomi nel pensiero.
  4. Flessibilità Cognitiva: avere una mente aperta e capacità di comprendere, integrare e applicare nel proprio lavoro aspetti di diverse discipline;
  5. Capacità di collaborare in gruppo anche in ambienti virtuali: saper lavorare in gruppo sia dal vivo ma anche in maniera virtuale, scambiando informazioni in maniera più veloce e sintetica;

Alcune competenze riguardano più la capacità di gestire mole di dati e sono più cognitive: “dare senso” a informazioni e situazioni, cogliendone il significato profondo, ma saper anche mescolare più saperi.

Altre, invece, fanno riferimento più alla relazione, alla negoziazione e alla capacità di navigare i nostri stati emotivi interni.

L’analisi di queste competenze, quindi, ci fa capire come per fare la differenza nei contesti organizzativi attuali, in grande mutamento e altamente informatizzati, non occorre solo apprendere nuovi saperi, ma soprattutto occorre investire e sviluppare se stessi, per rendersi aperti a sperimentare nuovi modi di agire e comportarsi.

Intervista al quotidiano Il Giornale

Sono stato intervistato dal quotidiano “Il Giornale” su come evitare i conflitti nel lavoro.

Confidenze, sorrisi e pazienza: il decalogo per lavorare felici

Psicologi nelle aziende per evitare i conflitti:
«Ma attenti ai compromessi, possono schiacciare i meno forti»

Consigli in pillole, suggerimenti e piccoli accorgimenti. Perchè a volte correggere la rotta è più facile di quello che pensi e porta a grandi mete.

Anche al lavoro, che competitivi e felici non è uno slogan da pubblicità ma qualcosa di concreto. A partire proprio da quel tuo collega con cui condividi la scrivania e che a volte proprio non sopporti, o da quel gruppo di lavoro con cui devi passare così tanto tempo che a volte sembra la tua famiglia. L’entrata in campo di un esperto può fare davvero la differenza. È per questo che sempre più aziende ricorrono alla presenza di uno psicologo che supporti emotivamente i dipendenti, coach motivazionali che intervengono per prevenire i conflitti, aiutano a migliorare la comunicazione, suggeriscono in quale trappola non cadere per fare carriera.

Sono anni che lo psicologo Massimo Perciavalle si occupa di delicate dinamiche aziendali, fondatore della Scuola di Alta Formazione «Make it So» a Roma, career e business coach, supporta giovani e professionisti nella ricerca del lavoro. «Viviamo in contesti organizzativi in continuo cambiamento che portano le persone davanti a difficoltà individuali e di team», spiega. «In questi contesti è più facile che le relazioni si inclinino o carichi di lavoro portino a conflitti che in modo sempre più veloce alimentino sentimenti di aggressività e rabbia. Il conflitto va risolto sul nascere». Facile a dirsi, ma da realizzare, meglio affidarsi allora a uno del mestiere, a una Wendy Rhoades, proprio come nella serie televisiva Netflix «Billions», capace di motivare e tenere unito il team. E c’è una Wendy Rhoades anche nel trevigiano, alla Velvet Media, azienda di marketing con filiali a Bangkok, Denver e Dubai. «L’azienda- spiegano – è cresciuta esponenzialmente nel giro di pochi anni. Fatturato in crescita e soprattutto personale in aumento».

Da gestire, da amalgamare. Creare il gruppo non è facile eppure è tutto qui. Sentirsi parte di un team, crederci e dare il massimo. «Fa la differenza», racconta Damarì Feltracco, 41enne psicologa e psicoterapeuta che si occupa dei dipendenti. Lei che « valorizzerà i processi di team building in azienda». Un coach delle emozioni per aumentare la produttività in ufficio. «Vengono da me e raccontano i motivi di conflitti e i problemi. Io, in questo spazio neutro, li aiuto a focalizzare, a mettere a fuoco, da altre prospettive. E serve». A stemperare, a fare pace, a sentirsi meglio e dunque anche a lavorare di più. Sembra facile, e a sentire gli esperti, le regole base, applicabili per tutti, ci sono.

1 Non parlare, pensa. In situazioni «a rischio» meglio applicare il vecchio mantra: prima di dare fiato, conta fino a mille. A quel punto, probabilmente il sistema di raffreddamento del sistema nervoso avrà provveduto al raffreddamento. (O almeno si spera)

2 Viva l’autenticità. Meglio promuoversi per come effettivamente si è. Evitare, soprattutto durante i colloqui, di vendersi come super eroi. Le bugie in questo caso hanno le gambe più che corte, cortissime. E guai poi a non soddisfare le aspettative che il capo si era fatto. Le illusioni, ma ancora peggio le disillusioni bruciano e possono fare male.

3 Più accordi che compromessi. Come in un’orchestra, ognuno dovrebbe trovare il proprio suono, la propria nota e poi suonare tutti in accordo. Cosa diversa è invece il compromesso. Quest’ultimo, decisamente sopravvalutato, impone di fatto la rinuncia di qualcosa a qualcuno. Spesso il più debole soccombe.

4 Ricordarsi di sorridere. La felicità è contagiosa e migliora la vita di tutti.

5 Vivere costruttivo ogni giorno è un atteggiamento e bisogna esercitarsi e crederci davvero.

6 Viva il rapporto confidenziale tra colleghi. Chi lo ha detto che bisogna distinguere tra amici e colleghi? Organizzare una partita di calcetto, un cinema, rende il gruppo più unito; e lontano dal posto di lavoro i rapporti generalmente migliorano.

7 Ricordarsi sempre il giorno del colloquio. Quando hanno chiesto di elencare aspirazioni e punti forti. Ecco: sono ancora lì.

8 Parola d’ordine: personalizzare. A partire da te. Dimostrare di avere una personalità ben definita e farla emergere sempre.

9 Conflitti no grazie. Prevenire non solo facendo richieste chiare, ma sentendosi attore protagonista del conflitto, parte in causa e responsabile quanto l’altro.

10 Tutti contenti è meglio. Se si pensa esclusivamente al proprio tornaconto si va poco lontani.

Chiaro no?

Se sei interessato a ricevere consulenza riguardo a questo tema clicca qui

Intervista a Convenienza TV

Nella giornata di mercoledì 30 Maggio sono stato intervistato da Convenienza TV canale 262 del Digitale Terreste su alcune tematiche attuali sulla ricerca del lavoro, e ho dato consigli utili per sopperire alle molteplici difficoltà che un candidato può riscontrare durante l’iter selettivo.
Uno dei primi punti chiavi per attirare l’attenzione di un HR Manager è possedere un Curriculum che contraddistingua i tuoi punti di forza.

Il mio consiglio è quello di avere due C.V. aggiornati, uno europeo, utile per bandi di concorsi o per candidature fuori i confini nazionali, un altro formato personalizzato è ideale per le aziende private soprattutto di grandi dimensioni, che preferiscono curriculum originali e più grafici. In entrambi i casi ricorda sempre di essere sintetico e di selezionare le informazioni inerenti il tuo obiettivo professionale.

Dopo aver superato la fase iniziale di screening del C.V, il primo aspetto da non sottovalutare è come presentarsi ad un colloquio di lavoro, al contrario di come sosteneva un vecchio proverbio italiano “l’abito fa il monaco”, ossia ogni contesto lavorativo ha un dress code, insieme di regole scritte, o il più delle volte tacite, relative all’abbigliamento legate al contesto di riferimento; nella consulenza e nel commerciale conviene adoperare abiti formali a differenza di contesti più dinamici dove viene preferito un vestiario meno formale.

Durante l’intervista mi è stato chiesto l’atteggiamento da tenere durante il colloquio, io consiglio a tutti i selezionati di stare tranquilli perché è anche interesse del selezionatore individuare il candidato giusto per la posizione; gestisci la tua ansia nel miglior modo possibile e metti in risalto i tuoi punti di forza e skills tali da valorizzare le tue competenze e prevalere sugli altri candidati.

(scopri alcuni suggerimenti su come compilare il CV clicca qui).

Un weekend digital detox in Umbria a contatto con la natura, staccando per un po’ da telefonino e tablet.

Il 16 Giugno sono stato invitato dall’associazione Myumbria al weekend Digital Detox, nell’incantevole regione umbra nella città di Valneria con un programma dedicato al relax, alla riflessione e alla scoperta della natura. Oltre al mio intervento sul tema “come disintossicarsi dal digitale” si avrà l’opportunità di ascoltare il piacevole suono del fiume Nera che scorre proprio sotto l’hotel prescelto e il canto dell’usignolo di fiume. Per due giorni si vivrà in totale benessere mettendo da parte smartphone e tablet.

Il mio intervento sarà pieno di spunti ed esercizi pratici e accompagnerà i partecipanti in un percorso di riscoperta di se stessi e della natura, darò esercizi e consigli utili per ottimizzare l’utilizzo degli strumenti digitali e stare più focalizzati su se stessi e ciò che succede intorno.

La tematica del Digital Detox l’ho affrontata nel libro scritto insieme ad Alessandro Prunesti “Offline è bello. Il percorso di Digital Detox per migliorare relazioni, lavoro e benessere”
Il manuale vuole portare il lettore ad un uso più consapevole e produttivo delle tecnologie web, social e mobile, proponendo due percorsi per abbattere gli effetti collaterali del digitale: uno dedicato ai singoli individui, l’altro alle aziende per ottimizzare il tempo dedicato al lavoro.

Nel libro troverai, dunque, strategie pratiche per migliorare le relazioni interpersonali e la qualità del tuo lavoro e riuscire così a raggiungere un maggiore benessere sia nella vita personale che in quella professionale.

Ti aspetto durante il weekend non per demonizzare il web o le piattaforme online, ma per capire i pericoli di un uso eccessivo e incontrollato cercando soluzioni efficaci, per combattere lo stress.

Per info e prenotazioni clicca qui

Dal multitasking al pensiero profondo: tempo, concentrazione e attenzione

Ho scritto un articolo sul Magazine di informazione manageriale “Leadership Management” parlando di una tematica attuale: il multitasking. ,
Mi sono soffermato su come i manager possono migliorare la gestione del tempo con l’intento di essere più efficaci ed efficienti nella vita professionale. Ecco qui uno speach dell’articolo:

“Per molti anni nelle aziende ci hanno insegnato che essere multitasking ci permette di essere più efficienti ed efficaci, di svolgere più attività in meno tempo e con meno risorse. Oggi, al contrario, anche i manager si sono resi conto che fanno fatica a focalizzarsi su un solo compito e a portare a termine i propri obiettivi nei tempi stabiliti, con gravi conseguenze rispetto l’organizzazione del lavoro.

Nei corsi di formazione manageriale si inizia a parlare di concentrazione e attenzione e a stimolare i propri uomini ad essere più analitici e attenti al dettaglio, perché la tendenza attuale è che le informazioni spesso restano superficiali e globali e sono approfondite solo in superficie. Questo fenomeno non ci permette un approfondimento ulteriore che porterebbe vantaggio competitivo.

Per migliorare la gestione del tempo occorre, allora, promuovere un impegno più costante verso le attività che sono importanti per l’efficacia dei nostri obiettivi lavorativi e di business e imparare a distrarsi di meno.

Il multitasking è uno dei grandi miti di internet, e non c’è da stupirsi che lo si definisca “produttività”, perché, come osserva Sherry Turkle nel libro Insieme ma soli: “I dispositivi digitali favoriscono una nuova nozione di tempo, perché promettono la stratificazione di più attività nello stesso momento”.

Tutti aspireremmo ad avere più tempo e di fare più cose insieme ma gli studiosi hanno osservato che ciò non è sempre efficace.

George Miller, negli anni 50 ha constato che un essere umano riesce ad elaborare in media 7 informazioni alla volta più precisamente 7 +/- 2.

Non riusciamo a ricordare sequenze di numeri oltre 7, dopodiché il nostro cervello commette errori, che aumenteranno con la sequenza di numeri da ricordare. Questi pezzi di informazione sono stati definiti chunks.

La nostra memoria è limitata, riusciamo a ritenere informazioni per un massimo di 20-25 secondi.

Un’altra conferma ci proviene da uno studio svolto da Clifford Nass e colleghi che volevano scoprire i benefici della versatilità.

Hanno dato un problema da risolvere” clicca qui per continuare la lettura

Che cos’è il coaching ontologico transformazionale?

Seguendo l’approccio dell’ontologia del linguaggio del coaching ontologico transformazionale definirei il coaching come un percorso attraverso il quale il coach aiuta il suo cliente, definito coachee ad attivare un suo impegno/coinvolgimento per lo sviluppo di un linguaggio conversazionale nuovo con gli altri e con se stesso, più funzionale al raggiungimento dei suoi obiettivi.

I riferimenti teorici del coaching ontologico sono tre: il primo è la filosofia costruttivista, che nasce da Heidegger e da Nietzsche e si sviluppa, nel secolo scorso, con Wittgenstein e Maturana partendo dal presupposto che siamo i creatori della nostra realtà.

Il secondo riferimento è la filosofia del linguaggio e l’idea del linguaggio come generatore di realtà, che viene poi ulteriormente sviluppata dai linguisti Austin e J. Searle. Anche Rafael Echeverria, filosofo e linguista è un punto di riferimento fondamentale, con il suo testo “ontologia del linguaggio”.

La terza teoria fondamentale, è la teoria dei sistemi, che deriva anche dal lavoro di Maturana, già citato, biologo e filosofo costruttivista.

L’obiettivo principale del coaching è offrire nuovi punti di vista, non si offrono risposte, ma attraverso le domande e i rispecchiamenti il coach stimola riflessioni e pensieri più congruenti a ciò che si vuole raggiungere.

Il coaching interviene sul linguaggio poiché questo non è solo descrittivo ma è anche generativo della realtà e modella il nostro futuro. Per tale motivo il linguaggio produce dei veri e propri atti come li definisce Austin. Attraverso il nostro linguaggio apriamo e chiudiamo porte ed opportunità. Il linguaggio ha quindi un impatto sul nostro presente e sul nostro futuro.

Attraverso il linguaggio generiamo continuamente:

  • affermazioni e fatti – descrizioni ed osservazioni di qualcosa che è già successo
  • opinioni e giudizi, alla base delle nostre credenze e mappe mentali, anche se non hanno come radice un fatto osservabile, affiorano dalla nostra esperienza e dalle generalizzazioni che abbiamo realizzato e non vanno confuse con i fatti.
  • dichiarazioni, che orientano il futuro, creano una realtà che prima non esisteva ma devono essere supportate anche dall’impegno ad agire.
  • richieste da cui ci aspettiamo un’accettazione e una promessa alla realizzazione.
  • offerte per evidenziare il nostro valore.

Il coaching promuove  il cambiamento attraverso la conversazione e il rapporto che si genera tra il coach e il coachee e interviene sugli atti del linguaggio. Il cambiamento delle persone è legato alla loro capacità di prendersi impegni concreti,  rompendo con i condizionamenti del passato e sviluppando nuove azioni.

Il coaching aiuta il coachee a fondare i propri giudizi e quelli altrui, a fare dichiarazioni valide, chiare e autorevoli, a svolgere richieste e offerte che aprono opportunità nuove.

Il protagonista assoluto è il coachee poiché è lui stesso che deve essere il promotore e rendersi abile a rispondere. Acquisire responsabilità e attivare impegno per sè stesso, per attivare risorse e cambiare la sua situazione che spesso percepisce insoddisfacente o non funzionale.

Gli strumenti principali di lavoro, secondo il Coaching Ontologico-Trasformazionale, sono le «distinzioni linguistiche».

Il linguaggio ci dà la possibilità di dare un nome alle cose o agli eventi ovvero di creare delle distinzioni linguistiche.

Sono le parole di uso quotidiano a cui viene data una nuova interpretazione  in modo che favoriscano un cambio di prospettiva e di azione.

Ogni qual volta distinguiamo qualcosa separiamo un determinato fenomeno dal resto della nostra esperienza.

Ognuno di noi osserva la realtà attraverso le proprie distinzioni.

Nell’apprendere una nuova distinzione arricchiamo il nostro punto di osservazione e ampliamo la  nostra modalità di azione.

Con le distinzioni si ottengono nuove interpretazioni della realtà, che permettono di acquisire altre competenze e capacità.

Il coach durante le sessioni e gli incontri offre nuove distinzioni linguistiche e permette al suo cliente di creare ed aprire nuovi spazi di osservazione e di relazione e come se il coachee vedesse il mondo con lenti diverse, più chiare e nitide.

L’obiettivo è di ottenere una conversazione nuova, anche con se stessi, permettere di guardare il mondo da un altro punto di vista, determinando una realtà nuova.

Il coaching ontologico transformazionale è un buon metodo di lavoro anche per chi sente di dover migliorare o cambiare la propria situazione professionale, per chi è insoddisfatto nel proprio contesto professionale e prova emozioni non piacevoli. Aiuta a cambiare le proprie conversazioni, attraverso la presa di consapevolezza, prima e il cambiamento di atteggiamento mentale, poi, rendendolo più funzionale e trainante per i nuovi traguardi di carriera e di business.

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Keep calm and sopravvivi all’ape regina, la manager aggressiva

Sono stato intervistato da Antonella De Minico, sulla rivista Vivere Sani e Belli, settimanale di Salute, Bellezza e Benessere nel mese di Ottobre n.41.

Ecco alcuni punti salienti dell’intervista:
Averla come capo non sempre è il massimo ma si può imparare a gestirla. Ecco come fare
Chi è il prototipo di quella che gli studiosi dell’americana Michigan University negli anni 70 hanno bollato come persona “affetta dalla sindrome dell’ape regina”? Miranda Priestly ne “Il Diavolo veste Prada”. Una donna che fa tutto per rimanere l’unica e indiscussa nell’alveare aziendale, senza altre che potrebbero metterla in ombra.
<<Negli Anni 70 le donne al comando erano meno di oggi. Questo non vuol dire che il fenomeno si sia ridotto>>

L’ape regina vista dall’Italia è una «capa» spietata e inflessibile che usa la sua intelligenza per colpire le subordinate nei punti dove sanno di trovarle più vulnerabili.

All’origine c’è ancora molta insicurezza
<< Il motivo principale dell’atteggiamento aggressivo delle “ape regine” è l’insicurezza.  Con i colleghi maschi spesso c’è meno conflittualità: sono meno attenti al lato emotivo di una relazione e più razionali, e difficilmente notano le competizioni al femminile.>>

Tentare di somigliarle (solo un pò…)

Con capi con questo atteggiamento conviene mantenere la calma, essere sicure di sè e mantenere una comunicazione assertiva. Questo significa continuare a farsi rispettare e mantenere gli accordi presi su tempi di consegna e modalità. In casi estremi preferite mantenere rapporti scritti, vi potranno garantire da eventuali malintesi o incomprensioni.

Il modo di vestire, con l’ape regina può fare la differenza: << Chi ricopre un ruolo di potere, può avere anche un tratto narcisistico>>. All’ape regina, piace piacere e adora i complimenti. Le donne possono in qualche modo imitarla, ma non eguagliarla. Scegliete uno stile personale ma non mettetevi troppo in mostra.
<<Scegliere capi d’abbigliamento che potrebbero metterla in ombra è rischioso perchè si sentirebbe minacciata da chi può superarla nello stile.>>

E’ FONDAMENTALE farsi rispettare
Se la leadership è negativa, oltre al benessere dei collaboratori ne risente la produttività. Il clima dell’ufficio diventa infernale. Il clima è uno degli elementi basilari per mantenere un buon team di lavoro.
Non c’è via di scampo? <<Il primo passo è diventare consapevoli che le api regina sono vittime di loro stesse: ci sono ancora tanti pregiudizi maschilisti e, spesso, sono le donne a sentirsi in dovere di dimostrare sempre di più degli uomini>> . E’ stato studiato come questi fenomeni nascano soprattutto in contesti in cui non c’è una vera e propria cultura di valorizzaione delle differenze sociali, per cui si dà spazio alle donne e gli si permette di arrivare ai vertici ma non si osservano fenomeni e percezioni competitive sottese che disturbano le buone relazioni tra colleghe.

Se come donna hai a che fare con una manager aggressiva e per nulla empatica, puoi far leva sulle tue risorse interiori: coraggio, passione per il lavoro, determinazione.

Il Coaching è uno strumento potente ed efficace per raggiungere obiettivi impegnativi e sfidanti, per acquisire nuove abilità e comportamentiincrementare le proprie prestazioni e recuperare le proprie risorse sopite. 

Per saperne di più clicca qui