Intervista sul mondo della formazione su Donna Moderna

Mio intervento su Donna Moderna
Ho avuto il piacere di essere intervistato dalla giornalista, redattrice di Donna Moderna, settimanale della Mondadori  Myriam de Filippi sui temi di: Non si finisce mai d’imparare, quindi lifelong learning, upskilling e reskilling.
Ne è uscito fuori un bell’articolo a più voci in cui ho parlato di come oggi sia importante per sopravvivere al mondo del lavoro aggiornarsi continuamente, soprattutto sugli aspetti tecnologici e digitali. Mantenersi curiosi e aperti per cogliere spunti di approfondimento e cogliere l’opportunità di fare formazione specialistica.
Ho specificato anche l’importanza di comprendere le specifiche del mercato in cui ci si vuole collocare o già si è, per comprendere quali nuove skill vale la pena approfondire o imparare ex novo. Ovviamente partire da se stessi è fondamentale, per cui ho indicato i percorsi di bilancio delle competenze e di orientamento professionale come elementi essenziali per comprendere il proprio progetto professionale.

Cambiare senza paura: cambiamento un processo naturale

Cambiare è naturale, il nostro corpo lo fa ogni giorno. Il nostro organismo si rinnova e ci permette di stare nella migliore forma possibile. Ma come mai, il cambiamento di situazioni, di stato, fa così paura?

Anche per le organizzazioni, nel mercato attuale, il cambiamento è diventata un’esigenza ed occorre sapersi adattare velocemente perché appare l’unico modo per differenziarsi dai competitor e generare un valore reale per i propri clienti.

Il cambiamento, però, è percepito, spesso, in maniera critica da chi lo deve affrontare perchè la prima gestione è di tipo emotivo e regolare le proprie emozioni per non esserne prigionieri è il primo allenamento da compiere.

Gestire il cambiamento, significa implementare un metodo con il quale affrontare le trasformazioni e definire strategie per guidare sé stessi e le persone coinvolte attivando un percorso consapevole e vantaggioso per sé e le persone coinvolte. Questo perché abbiamo necessità, come esseri umani di dare un senso ed un significato gli eventi e  la vera minaccia al cambiamento è l’imprevedibilità e la non controllabilità dello stesso.

Conoscere in anticipo gli ostacoli che si incontrano lungo il percorso di cambiamento e consapevolizzare gli stati d’animo che emergeranno offrono un vantaggio notevole.

Sapere identificare le sensazioni e le paure vissute quando siamo coinvolti in questo tipo di progetti ci aiuta a superare l’incertezza, e ad affrontare la situazione che muta con più fiducia.

A tale proposito occorre individuare le fasi che si susseguono nelle persone, e che sono state individuate dagli studiosi come reazione a una situazione che richiede un cambiamento.

La prima fase prevede un’iniziale shock; in questa fase le persone si sentono minacciate dal cambiamento, prevale l’insicurezza, l’incapacità di reagire, mettendo a repentaglio la produttività.
La reazione immediata è quella di chiudersi in sé stessi prevale la negazione della reale necessità della trasformazione e dei possibili vantaggi.

Si passa successivamente ad una difesa; in questa fase le persone si lamentano e si arrabbiano. Si cerca di restare ancorati al passato, andando contro il cambiamento e portando avanti le vecchie modalità operative. Tutto ciò impedisce alle persone di prendersi dei rischi. E’ una fase di resistenza esplicita, caratterizzata dal porsi spesso domande sul perché questa situazione si sia verificata proprio in quel determinato momento. Questa fase se perdura molto può portare allo stallo e ad ulteriore incertezza da parte delle persone.

La fase risolutiva avviene con la presa di coscienza in cui per la persona vi è l’»elaborazione del lutto»; le persone coinvolte riconoscono di aver perso qualcosa e smettono di negare l’evidenza del cambiamento. Da questo momento in poi, l’idea di assumersi dei rischi diventa accettabile. Vi è una valutazione dei pro e contro della nuova situazione.

Entriamo in una fase di accettazione e adattamento iniziando ad esplorare i vantaggi della nuova situazione e a valutarne il coinvolgimento, con l’ultima fase, che riguarda proprio l’impegno, in cui le persone iniziano ad essere parte attiva del cambiamento e a condividerlo con altri.

Lo psicologo Kurt Lewin parlerebbe di fase di “scongelamento”, dalle credenze attuali ad una fase di accettazione del cambiamento ed una di nuovo assestamento, “ricongelamento”, di una situazione diversa.

Tutto ciò ci fa capire che qualsiasi sia la situazione di cambiamento da affrontare, organizzativo, relazionale, personale, può essere gestito e superato. Più ci focalizziamo velocemente sull’opportunità e i vantaggi dello stesso, più siamo pronti ad affrontarlo e a voltare pagina, assestandoci nuovamente.

Se stai affrontando una fase di cambiamento potresti avere bisogno del supporto di un coach che ti aiuta a definire la tua strategia e a superare le paure insite nello stesso. Richiedi info scrivendo a m.perciavalle@makeitso.it

Introduzione all’intelligenza emotive; cosa è e come può servirci?

Per approcciare con il tema delle emozioni dobbiamo fare riferimento soprattutto agli studi di fine anni 60 sulle emozioni di Paul Ekman.

Paul Ekman si impegnò nelle sue ricerche per dimostrare alla comunità scientifica internazionale che vi fossero alcune emozioni uguali in tutte le culture e rappresentabili in maniera inconfutabili attraverso le espressioni del volto, al di là dei confini geografici; emozioni che risultano essere spontanee e non apprese; queste emozioni furono definite di base: la tristezza, la gioia, la rabbia, il disgusto, la paura.

Questi primi studi di Ekman ci hanno permesso di comprendere che tutte le emozioni sono utili e ci offrono informazioni che possono influenzare le nostre decisioni e i nostri comportamenti e soprattutto che le emozioni sono osservabili attraverso le espressioni del volto e il linguaggio non verbale.

Questa attenzione verso il mondo interiore, ha spostato il focus dalla parte cognitiva a quella più emotiva, osservando come pensieri ed emozioni si influenzino a vicenda.

Negli anni 90’ si fa spazio il costrutto di Intelligenza emotiva considerata come una tipologia particolare di intelligenza, classificabile tra gli aspetti dell’intelligenza sociale.

Il concetto è stato introdotto nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”.

Possiamo definire l’intelligenza emotiva come “La capacità di navigare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, sapendo distinguere tra di esse per poter utilizzare queste informazioni al fine di guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.

 

Il tema dell’intelligenza emotiva è stato successivamente ripreso da Daniel Goleman nel 1995, nel libro “Emotional Intelligence” tradotto in italiano nel 1997 “Intelligenza emotiva che cos’è perché può renderci felici”. Il libro è stato considerato un successo editoriale, soprattutto in Italia, in quanto è stato un punto di partenza per i successivi studi su questo tema, sia in ambito psicologico sia in ambito organizzativo/aziendale.

L’intelligenza emotiva, grazie a questo libro, è diventato un argomento di una certa rilevanza e molto conosciuto al di fuori degli ambienti accademici. Questo tema è diventato molto famoso proprio perché Goleman descrive l’intelligenza emotiva e il suo sviluppo senza tecnicismi, in modo semplice, chiaro, alla portata di tutti.

Goleman, quando parla di intelligenza emotiva, parte da un punto specifico: la teoria delle intelligenze multiple dello psicologo Howard Gardner. Gardner spiega che è limitante valutare l’intelligenza delle persone solo attraverso la verifica del quoziente intellettivo perché si basa solo all’intelligenza di tipo logico-matematico e linguistico, mentre esistono altre tipologie di intelligenza come l’intelligenza musicale, interpersonale etc.

Proprio su questa linea Goleman afferma: “le analisi del quoziente intellettivo spiegano ben poco del diverso destino di individui con talenti, istruzione e opportunità simili”. Ciò che emerge è che, oltre alla normale concezione di intelligenza, ciò che fa davvero una grande differenza nelle persone sono tutte quelle abilità che sono acquisite durante l’infanzia, come la capacità di superare la frustrazione, la capacità di controllare le emozioni e soprattutto la capacità di condurre delle buone relazioni interpersonali.

Goleman definisce l’intelligenza emotiva in questo modo: “L’intelligenza emotiva è la capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza impedisca di pensare e di essere empatici e soprattutto di sperare.” Riassumendo l’intelligenza emotiva è il saper valutare ed esprimere le proprie emozioni e, allo stesso tempo, è la capacità di valutare e capire come gli altri esprimono le emozioni. Quindi, prima di tutto, “conosci te stesso e poi osserva l’altro”.

Goleman afferma che le capacità che fanno capo all’intelligenza emotiva funzionano in sinergia con quelle cognitive, del resto non potremmo vivere in maniera istintiva, occorre leggere dietro l’emozione e capire i pensieri e le credenze che portano; chi è capace di prestazioni eccellenti dispone di entrambe. Quanto più le attività da svolgere sono complesse, tanto più conta l’intelligenza emotiva; una carenza in tale competenza può ostacolare l’uso dell’expertise tecnico e delle doti intellettuali.

L’intelligenza emotiva contiene quindi nel suo costrutto, una serie di capacità che possono essere allenate ed educate da bambini e migliorate giorno per giorno nei contesti in cui operiamo.

Le cinque abilità di cui parla Goleman sono:

  1. la conoscenza delle proprie emozioni
  2. la regolazione delle proprie emozioni
  3. la capacità di sapersi motivare
  4. il riconoscimento delle emozioni altrui, l’empatia
  5. la gestione delle relazioni sociali fra individui e nel gruppo

L’intelligenza emotiva è anche la capacità di regolare le proprie emozioni e quelle degli altri.

L’interesse degli studiosi su questo argomento ci fa comprendere come le emozioni siano da tenere in considerazione nei differenti contesti e non devono essere considerate come impedimenti ma piuttosto impararne a farne una risorsa (anche in ambito organizzativo).

Ogni soggetto ha la possibilità di utilizzare questa risorsa al fine di ottenere buone relazioni e benessere personale;  l’intelligenza emotiva ci rende capaci di usare in maniera abile e positiva le emozioni in modo da star bene noi e far star bene gli altri.

Nel contesto aziendale, l’intelligenza emotiva è stata evidenziata come un elemento predittore di performance individuali e per tale motivo molte organizzazioni le hanno inserite tra le competenze core manageriali e di alcune altre figure specifiche.

Le ricerche condotte in questi anni in tutto il mondo ci dicono che il 54,79% della performance individuale è spiegata dall’I.E. ovvero: più della metà della nostra efficacia personale dipende dalle competenze Emotive. Questi studi ci riferiscono anche che avere buoni livelli di Intelligenza Emotiva e quindi di performance significa anche avere ottimi livelli di:

Efficacia: 51,4 %
Relazioni: 28,6 %
Qualità di vita: 38,8 %
Benessere: 16,9 %

Gli studi scientifici dimostrano che chi ha un buon livello di Intelligenza Emotiva sa prendere decisioni maggiormente sostenibili nel tempo, possiede un buon livello di consapevolezza e sa gestire in maniera efficace le relazioni personali. Ecco perché diventa fondamentale allenare queste competenze sia in contesti organizzativi che personali e sociali.

Ecco un Breve estratto del discorso tenuto dal Prof. Daniel Goleman in occasione di un evento sul tema come sviluppare intelligenza emotiva

Se vuoi capire il tuo livello attuale di intelligenza emotiva ed avere un allenamento personalizzato contattami per capire come fare.

Per info: m.perciavalle@makeitso.it

Il coaching: intervista su Radio Roma Capitale Live Social

Ho avuto il piacere di essere stato intervistato da Radio Roma Capitale Live Social sui percorsi di coaching.

Il Coaching è uno strumento potente ed efficace per raggiungere obiettivi impegnativi e sfidanti, per acquisire nuove abilità e comportamentiincrementare le proprie prestazioni.

Il Coaching favorisce il cambiamento personale, aiutandoti a superare gli ostacoli interni ed esterni e a riscoprire le tue risorse più profonde, ritrovando la motivazione e l’energia per migliorare la qualità della tua vita e raggiungere nuovi traguardi professionali.

Per saperne di più sul servizio di coaching scrivetemi a m.perciavalle@makeitso.it

Cosa sono le competenze

DEFINIZIONE DI COMPETENZA

In questo articolo farò chiarezza e cercherò di rendere concreto un termine che spesso viene utilizzato nei percorsi di sviluppo personale e professionale o nei processi valutativi di performance in azienda-

In azienda si parla di competenze e non sempre è facile capire cosa significa questo termine. Iniziamo con il chiarire che il comportamento delle persone osservato sul lavoro definisce le sue competenze. Quindi le competenze sono osservabili e valutabili attraverso il comportamento delle persone. Di solito questa osservazione viene svolta dal management o dalle risorse umane aziendali.

Gli studi e i modelli sulle competenze sono molteplici, il modello che reputo più attuale è quello di McClelland (1973) e Boyatzis (1982) che sono gli autori a cui si deve la nuova concezione di gestione delle risorse umane basata sulle competenze. Nella loro visione la centralità è del soggetto, l’attore principale è l’individuo che possiede ed utilizza un sistema di competenze caratterizzato da conoscenze e capacità, motivazioni, valori e immagine di sé che gli consentono di esprimere comportamenti professionali competenti nel contesto lavorativo in cui è inserito.

Le competenze sono caratteristiche individuali intrinseche che indicano “i modi di comportarsi o di pensare che si ripetono nelle loro grandi linee nelle diverse situazioni e perdurano per un periodo di tempo ragionevolmente lungo”. (Guion, 1991, p.335)

 

 

Quando svolgo le mie consulenze di orientamento professionale o di bilancio delle competenze faccio riferimento a 5 tipi di caratteristiche personali che osserviamo nei comportamenti:

  1. Conoscenza di discipline o argomenti specifici.

La conoscenza è una competenza complessa. I test scolastici spesso non predicono l’attitudine al lavoro perché non misurano le conoscenze e le skill così come verranno effettivamente utilizzate.

Da sola la conoscenza non ci rende competenti occorre il saper fare, il mettere in partica.

  1. Capacità o skill. Il saper fare sviluppa in noi la capacità di eseguire un determinato compito intellettivo o fisico. Questa caratteristica è migliorabile ed allenabile in ognuno di noi ed è la parte che osservo e alleno nei percorsi di orientamento o coaching o nei percorsi formativi in aula.

Le capacità sono la parte essenziale osservata e valutata da chi si occupa di risorse umane.

Esempio: La skill fisica di un dentista di otturare un dente senza toccare il nervo; la capacità di un programmatore di organizzare in ordine logico 50.000 righe d’un programma informatico.

  1. Tratti. Una generale disposizione a comportarsi o a reagire in un determinato modo ad una situazione o a una informazione. Sono inclinazioni più stabili ma che con l’impegno e uno sforzo di energia fisica ed emotiva possono ampliarsi.

E’ l’esempio di una persona che si definisce introversa ma che riesce con le tecniche giuste e il training mentale a gestire un ampio uditorio o a stare a contatto con le persone.

In quest’analisi inseriamo, ad esempio, anche  il tempo di reazione e l’acutezza visiva sono tratti fisici-competenze dei piloti da combattimento.

      4. Motivazioni. Sono gli schemi mentali, i bisogni o le spinte interiori che normalmente inducono una persona ad agire e a mettere in pratica e indirizzare le conoscenze che acquisiamo nel tempo. La motivazione ci permette di esercitare una capacità piuttosto che un’altra e ad impegnarci nel nostro allenamento di capacità e nella crescita delle stesse.

Le motivazioni “spingono, guidano e selezionano”  il comportamento verso determinati obiettivi o risultati o anche azioni lontano da altri.

 Esempio: Le persone motivate al risultato si pongono costantemente obiettivi impegnativi, si assumono la responsabilità della loro realizzazione e sfruttano il feedback per lavorare sempre meglio.

     5. Immagine di sé. Sono la parte più profonda, rappresentano atteggiamenti, valori o concetti del modo in cui rappresentiamo noi stessi.  La fiducia in sè stessi o anche la convinzione di poter essere efficaci impattano sulla crescita delle nostre competenze.

Capacità e conoscenze sono relativamente facili da sviluppare, per cui la formazione professionale è lo strumento adatto per soddisfare le esigenze di crescita per queste due dimensioni. Motivazioni, tratti sono la parte sommersa e ben difficile da sviluppare, se non con strumenti di consapevolezza come il coaching o il bilancio di competenze.

La classificazione delle competenze

In azienda le competenze di una mansione possono essere ripartite fra due grandi categorie: competenze “soglia” e competenze “distintive”.

  • Competenze soglia. Sono le caratteristiche essenziali (di solito, le conoscenze e le skill elementari, come saper leggere e scrivere, conoscenza del pc o una lingua straniera), necessarie per essere minimamente efficaci ma che non distinguono gli elementi con performance superiore da quelli con performance media.

Per uno che lavora nelle vendite, una competenza di soglia è la conoscenza del prodotto o la capacità di compilare le fatture.

Competenze distintive. Sono quelle che distinguono gli elementi superiori dai medi. Per esempio, l’orientamento al risultato espresso come dichiarazione di obiettivi personali superiori a quelli richiesti dall’organizzazione è una competenza che distingue i venditori superiori dai medi.

Ora che conosci che cosa è una competenza puoi iniziare il tuo allenamento per migliorarle. Prima di tutto fai leva sulle tue qualità e punti di forza e inizia il tuo lavoro da una delle caratteristiche che compongono la competenza: migliora la conoscenza con lo studio, le capacità con l’esercizio e il training, i tuoi tratti e l’immagine di te con il coaching o il training mentale o altre discipline, a seconda dei casi, la motivazione con la consapevolezza di cosa è realmente importante per te raggiungere.

Per approfondire la tematica ho svolto in collaborazione con Udemy il Corso in Autostima e Autoefficacia,
oppure ti posso seguire attraverso un percorso di Coaching, strumento potente ed efficace per raggiungere obiettivi impegnativi, per acquisire nuove abilità e comportamenti ed incrementare le proprie prestazioni.
Per saperne di più scrivimi a m.perciavalle@makeitso.it o chiama al 3929666947.

Riconoscere le motivazioni dei giovani lavoratori per evitare il fenomeno delle grandi dimissioni

In questo articolo scoprirai cosa sono le motivazioni e perché è importante per te e per le aziende conoscere le proprie leve motivazionali al lavoro.

Partiamo da un dato statistico, secondo il Ministero del Lavoro, nel secondo trimestre del 2021  si sono registrati 500 mila licenziamenti volontari in Italia, ovvero l’85% in più rispetto al 2020. Un numero che arriva a 770 mila alla fine di ottobre, secondo le statistiche della Banca d’Italia, 40 mila in più del periodo pre-pandemia.

Un fenomeno sociale ed economico dalla portata considerevole, più comune soprattutto tra Millennials e Generazione Z del nord Italia. I giovani si licenziano non per restare inattivi, ma per trovare una soluzione più adeguata ai propri bisogni e alle proprie motivazioni profonde.

La ricerca di Aidp ha rivelato che i settori maggiormente coinvolti sono quello informatico e Digitale (32%), Produzione (28%) e Marketing e Commerciale (27%).

A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto le persone nella fascia d’età compresa fra i 26 e i 35 anni, che costituisce il 70% del campione analizzato; per lo più, il fenomeno si rivela su impiegati in aziende del Nord Italia.

Questo fenomeno è un’ondata che sta interessando tutto il mondo, e che è stato definito fenomeno delle Grandi Dimissioni.

Il termine deriva dalla traduzione inglese “Great Resignation” o anche “Big Quit” e indica un fenomeno psicologico e sociale che ha iniziato a manifestarsi, in maniera imprevista negli Usa.e a seguire nelle popolazioni dei paesi europei.

Parliamo di un vero e proprio licenziamento di massa spontaneo e sincronizzato verificatosi a partire da luglio 2021, quando ben 8,3 milioni di persone nel mondo hanno deciso di abbandonare il loro lavoro, qualunque esso fosse.

Lockdown, distanziamento sociale e smart working durante il periodo Covid- 19 hanno certamente evidenziato e fatto emergere nuove esigenze, aspettative e priorità da parte dei lavoratori, soprattutto più giovani, che sono più dediti al rischio.

E’ stato rilevato come l’epidemia e le misure restrittive avrebbero peggiorato le condizioni di lavoro, con un notevole aumento del fenomeno del burn out e l’esaurimento da lavoro, con l’aumentare di stress, depressioni e patologie emotive.

Il Covid-19 è stato un vero e proprio evento traumatico che ha aumentato le consapevolezze dell’uomo rispetto alla fugacità dell’esistenza umana, stimolando la ricerca di obbiettivi di vita più profondi e appaganti.

Soprattutto i giovani che hanno prospettive di vita più ampie hanno fatto proprio un nuovo slogan: io vivrò solo questa vita, creando quello che viene definito l’attuale Yolo (You-Only-Live-Once) economy.

La consapevolezza della caducità e fragilità della nostra esistenza, hanno portato avanti valori più edonici portando a scegliere progetti professionali che consentano di divertirsi, stare bene e godersi la vita.

I desideri personali stanno avendo la meglio sulle convenzioni culturali cambiando il classico paradigma dello “studia-trova un buon lavoro-impegnati sodo-guadagna-riposati alla pensione“.

La nascita di questo acronimo arriva dai paesi anglosassoni e sembra si debba ad un rapper canadese, Drake, che l’ha coniato una decina di anni fa, salvo tornare fortemente di moda un momento particolare come questo pandemico.

Negli Stati Uniti YOLO è diventato un movimento che sta influenzando la vita degli americani iniziando ad avere riflessi anche sul piano economico.

A questo punto diventa primario per le aziende, il tema di trattenere i propri talenti giovani e indagare sul piano motivazionale per capire le leve che spingono i propri dipendenti a rimanere in azienda o ad andar via.

Occuparsi di motivazione significa:

▪ comprendere la natura del comportamento, prevederne la manifestazione e poterlo influenzare.

La motiv-azione è ciò che ci spinge a scegliere e a cambiare. Una credenza valoriale che dà movimento e direziona alle nostre azioni.

Ognuno di noi può prendere del tempo per riflettere e rispondere a questa domanda: “Rispetto ai cambiamenti di prospettiva di vita, a cui abbiamo accennato e gli altri fenomeni sociali in atto, che, a volte minano la nostra quotidianità, cosa ti motiva oggi sul lavoro?

La malattia del Covid- 19, con le sue conseguenze ha fatto emergere in prima posizione il valore della salute e del benessere personale, e per alcuni aspetti ha imposto alcuni bisogni più individualisti e personali.

E’ importante oggi per un giovane analizzare queste motivazioni e i bisogni sottesi per costruire una progettualità più razionale e costruttiva che porti ad un benessere di più lungo periodo.

Le nuove motivazioni e i nuovi bisogni emergenti vanno nella direzione di accettare un lavoro dai guadagni anche più modesti ma che consenta di avere orari ragionevoli, esser vicini alla propria famiglia e avere tempo da dedicare a sé stessi.

Molti giovani hanno dato priorità a fare il “lavoro dei propri sogni”, anche rischiando e abbandonando la sicurezza di un “posto fisso”.

Quindi si evidenziano meno motivazioni legate alla sicurezza ambientale ed economica e maggiore spazio alle motivazioni legate alla propria realizzazione personale. Anche l’autonomia è preferita, soprattutto per la realizzazione del proprio stile di vita, nell’accezione del vivere nel modo preferito, quale che esso sia: tradizionale, innovativo, intellettuale, artistico, materialistico, ecc.: L’equilibrio più sano fra vita e lavoro; guadagnare in autonomia e gestire come meglio si crede il proprio tempo e luogo di lavoro.

Quali sono i tuoi desideri e bisogni che puoi realizzare rispetto all’estremizzazione del pensiero io vivrò solo questa vita? La vita è una e abbiamo tutte le possibilità e l’energia per poter costruire il nostro futuro migliore.

Se vuoi approfondire questi temi puoi seguire il mio video Corso su Autoefficacia e gestione dello stress il Corso sulla gestione del tempo  presenti su Udemy

Rafforza la tua efficacia e affronta le sfide

In questo articolo parlo dell’importanza di avere un linguaggio potenziante quando si sta per affrontare una sfida, che sia una situazione di cambiamento di vita, o un cambiamento in ambito lavorativo un nuovo ruolo o approcciare con una nuova professione, fare un progetto in autoimprenditorialità

Quando stai per affrontare qualcosa che per te è nuovo sei in una situazione di non conoscenza, perché non hai esperienze pregresse per cui è più facile essere assaliti da emozioni di insicurezza, ansia, paura.

Ma le nostre emozioni sono guidate dai nostri stessi pensieri e dalle convinzioni che abbiamo di noi stessi, per cui il nostro Senso di Autoefficacia costituisce un importante fondamento per l’azione.

Questo costrutto fu formulato per la prima volta da Albert Bandura che definì il Senso di Autoefficacia come:

le convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati. (Bandura, 2000).

E’ la convinzione di poter affrontare efficacemente determinate prove, di sentirsi all’altezza di determinati eventi, di essere in grado di cimentarsi in alcune attività o di affrontare specifici compiti.

“L’autoefficacia, non è dunque una misura delle competenze possedute, ma la credenza che la persona ha in ciò che è in grado di fare in diverse situazioni con le capacità che possiede” (Borgogni,2001).

E’ un concetto diverso dalla nostra autostima che riguarda più il nostro essere e il valore che attribuiamo a noi stessi, in generale.

Il senso di autoefficacia è quando ci sentiamo coraggiosi, e quando riusciamo ad attivare i nostri punti di forza e le risorse interne per portare a termine dei compiti o degli obiettivi che richiedono impegno e determinazione.

Il senso di autoefficacia è un pensiero che arriva prima dell’azione e in quanto tale deve essere consapevolizzato poiché può limitare i nostri risultati e l’emergere di emozioni più piacevoli.

Le persone che percepiscono nei confronti di sé stessi sentimenti di poco efficacia tendono a:

  • Avere basse aspirazioni e investire uno scarso impegno nel raggiungimento degli obiettivi che si prefiggono.
  • Di fronte a compiti difficili, indugiano e si concentrano maggiormente sulle proprie carenze personali, gli ostacoli che incontreranno e tutte le conseguenze avverse possibili piuttosto che concentrarsi su quale risorsa attivare per riuscire.
  • Riducono il proprio impegno e rinunciano facilmente trovandosi di fronte a difficoltà.
  • Attribuiscono più facilmente le prestazioni scadenti alla mancanza di capacità e doti loro personali, per cui alle prime difficoltà perdono fiducia nelle proprie capacità.

Quando sentiamo nei riguardi di noi stessi questi pensieri, attiviamo emozioni di tristezza, malinconia, ansia e siamo più facili prede dello stress e della depressione.

Se dobbiamo affrontare una sfida nuova, potremmo percepirla difficile ma per aumentare il nostro senso di autoefficacia potremmo iniziare a scomporlo in diverse fasi e tappe e iniziare a guadagnare fiducia in noi stessi, guardando il pezzo più piccolo con cui iniziare ad agire e che sia maggiormente alla nostra portata.

L’autoefficacia aumenta anche con l’autosuggestione che noi possiamo offrirci con le nostre immagini. Impariamo a guardarci come “guerrieri forti e coraggiosi” che vincono la loro sfida e portano la vittoria e il risultato per i quali siamo stati chiamati ad affrontare.

Percepirsi autoefficaci significa:

  • Non farsi spaventare dalle difficoltà, ma percepirle come opportunità per intensificare il proprio impegno, mantenendolo più costante.
  • Porsi obiettivi raggiungibili ma ambiziosi, guardando con consapevolezza e fiducia alle proprie risorse e alla possibilità di recupero delle energie fisiche e mentali di cui si necessita.
  • Rendersi abili a rispondere pensando di poter esercitare un controllo sugli eventi e sul proprio destino.
  • Un atteggiamento efficace attiva adrenalina, energia propositiva e propulsiva che procura più facilmente successi personali, rafforza la leadership e riduce il senso di fatica, lo stress e la vulnerabilità alla depressione.

Le convinzioni di Autoefficacia influenzano i nostri processi principali: cognitivi, motivazionali, affettivi e di scelta.

Se stai affrontando un periodo difficile inizia a osservarti con occhi diversi e inizia a guardare la forza interiore che è in te. Se ci sono difficoltà oggettive, è inutile lamentarsi ma occorre farsi forza e sfidarsi per affrontare la difficoltà. Sii ambizioso con te stesso, ognuno può fare la differenza! Ora fai la tua scelta.

Intervista radio sul valore del network professionale e l’utilizzo di Linkedin

Martedì 18 gennaio sono stato ospite della web Radio Mpa in una trasmissione di attualità per parlare dell’importanza del network per cercare opportunità professionali.

Grazie a professionisti come Stefano Saladino e Marcella Loporchio che con la loro disponibilità mi hanno permesso di condividere il mio pensiero e divertirmi anche un po’ su temi importanti come quello delle relazioni umane.

Abbiamo parlato di network come volontà di mettersi in contatto con altre persone e di utilizzare la propria rete di conoscenze per generare valore. Questo può essere possibile solo se si cura la relazione umana tra le persone e si dedica tempo a restare in ascolto dell’altro e dei suoi bisogni prima di chiedere qualcosa. Occorre generare empatia tra le persone, altrimenti il confronto non sarà costruttivo.

Creare opportunità di scambio con altre persone diventa rilevante per guardare altri punti di vista e confrontarsi anche con la diversità di approcci e visioni. Non sempre le persone che sono all’interno del network sono simili a noi e forse la ricchezza sta proprio in questa varietà.

Lo scambio che puoi avere con professionisti diversi ti aiuta a vedere anche altri mercati professionali e a capirne le dinamiche e il funzionamento. E’ probabile che si trovino delle connessioni anche in settori apparentemente non simili e che possa arrivare un’informazione nuova o possano scaturire idee per nuove progettualità.

Per chi cerca un lavoro, e deve ricollocarsi, l’avere una rete ampia è sicuramente un modo per farsi conoscere e condividere le proprie competenze. Comunicare chiaramente le proprie peculiarità e competenze è un buon punto di partenza. Per cui nel network prima di chiedere vale la pena offrire il proprio servizio o le proprie soluzioni gratuitamente per farsi conoscere.

Il social network Linkedin nasce con l’obiettivo di costruire contatti e questi possono essere alimentati solo attraverso la condivisione di informazioni rilevanti e utili per il proprio settore di pertinenza. Per cui è importante la scrittura di articoli o la condivisone di informazioni utili che possano generare soluzioni o suggerimenti per il target a cui ci si riferisce. Fare attenzione ai legami tra i diversi contatti e saper formulare richieste chiare.

Pima di chiedere offri valore e il network risponderà più velocemente.

Se in questo momento sei in un momento di stallo dal punto divista progettuale puoi richiedere la mia consulenza di coaching, scrivendomi a m.perciavalle@makeitso.it

Come ottimizzare il proprio profilo professionale di Linkedin

LinkedIn è oggi il social network più diffuso in ambito business, con 645 milioni di utenti in più di 200 paesi. Nasce nel 2004 e arriva in Italia nel 2011, dove oggi è utilizzato da ben 13 milioni di utenti di cui 5 milioni di aziende.

Più che una bacheca di curriculum, rappresenta uno strumento essenziale per creare e mantenere contatti lavorativi in modo proattivo e dinamico e sviluppare il proprio networking per avere maggiori informazioni sulla propria area professionale.

Utilizzare in maniera ottimale LinkedIn significa sviluppare contenuti e descrivere il proprio profilo in modo che appaia una storia professionale autentica, autorevole e coerente con gli obiettivi che ci siamo prefissati.

Vediamo insieme come creare un buon profilo personale.

  • Inizia ponendoti delle domande specifiche per definire la tua strategia: chi sei? Quali sono le tue competenze? Chi è il tuo target a cui comunicare? Quali sono i tuoi obiettivi?

Le risposte a queste domande determineranno i tuoi contenuti e la descrizione della tua offerta professionale, che può essere anche l’evidenza delle tue competenze sia tecniche che personali.

È importante ottenere un’elevata efficacia del proprio profilo, determinata soprattutto dalla completezza delle informazioni inserite. Secondo le statistiche, i profili completi al 100% vengono visualizzati 40 volte di più rispetto agli altri.

Gli elementi in primo piano del profilo sono innanzitutto la foto cover, la foto profilo e il job title.

  • È essenziale inserire una foto profilo in «contesto business» per rafforzare la propria credibilità, mentre l’immagine di sfondo deve essere coerente con il proprio settore di riferimento. LinkedIn è un social network professionale, di conseguenza l’immagine che devi dare di te stesso deve rispecchiare la tua identità lavorativa. È dunque importante inserire un’immagine di buona qualità (400*400), con lo sguardo in camera, che comunichi empatia, evitando i selfie, gli occhiali da sole e scegliendo un abbigliamento adatto al contesto lavorativo.
  • Il job title è costituito dalle keyword di settore che rappresentano il lavoro che svolgi o per cui ti candidi, oppure se sei studente inserisci il corso di studi e l’università che stai frequentando, per un massimo di 120 caratteri, di cui però solo 50 visibili nella preview.
  • Nelle informazioni crea una tua breve descrizione accattivante e attrattiva, confezionando l’offerta professionale e perché potresti essere utile (puoi elencare i servizi e le soluzioni che offri o una sintesi delle tue competenze soft e tecniche apprese. Nel sommario è importante inserire sempre le parole chiave in linea con la tua posizione, che ti daranno più opportunità di apparire in primo piano, in cima alla ricerca dei recruiter, dei clienti o in generale dei vari possibili contatti.
  • Completa il tuo profilo inserendo le varie esperienze formative: diploma, laurea, master, eventuali corsi (solo se coerenti all’obiettivo professionale), certificazioni (se funzionali all’obiettivo e non troppo datate), riconoscimenti e premi.
  • Se ne hai inserisci anche le esperienze lavorative che appariranno in ordine cronologico sul tuo profilo. Se sei uno studente con poca esperienza, puoi inserire delle attività svolte durante il percorso di studi, per mostrare che svolgi anche altre attività che possano raccontare di te, come per esempio la partecipazione ad associazioni studentesche, progetti online, collaborazioni, in cui inserire anche il link o del materiale multimediale.
  • Nella sezione competenze e conferme si possono inserire fino a un massimo di 50 competenze, che potranno essere confermate da parte dei contatti del tuo network. Questa azione aumenta di circa 13 volte la visualizzazione del tuo profilo a fronte di una possibile ricerca, ma evidenzia quelle essenziali che ti caratterizzano.

Se si ottengono 99+ conferme ad una competenza si moltiplica ulteriormente il livello di visibilità del proprio profilo.

  • E’ possibile richiedere segnalazioni dai tuoi collegamenti; queste dovranno comunque essere da te approvate per poter apparire all’interno del profilo. È sufficiente richiedere un paio di segnalazioni pertinenti.

Uno dei principali vantaggi di LinkedIn è la possibilità di fare una ricerca proattiva attraverso il networking, una particolare forma di conversazione finalizzata allo scambio di informazioni. La maggior parte di noi fa del Networking regolarmente, anche se molto spesso non ne è consapevole.

«Fare Network» significa gestire o avviare un contatto con un obiettivo specifico, sviluppando un dialogo da cui si generano altri contatti e si coltivano relazioni, giungendo così talvolta alla conoscenza diretta o indiretta del potenziale datore di lavoro (o cliente). Grazie ai gruppi tematici presenti su linkedin a cui puoi iscriverti o ai messaggi che puoi scambiare direttamente con i tuoi contatti puoi avere utili informazioni per raggiungere il tuo obiettivo professionale.

Mantenere la tua rete sempre attiva è frutto di una strategia complessa, inzia una fase di osservazione e poi pian piano scegli i contenuti tematici da condividere che interessano il target che vuoi colpire.

Quando sari pronto inizierai a condividere anche i tuoi contenuti e le tue opinioni su argomenti del tuo settore.

Se vuoi una consulenza di carriera su come utilizzare Linkedin e aumentare il tuo networking richiedimi una consulenza di carriera, scrivendomi a m.perciavalle@makeitso.it.

 

 

 

 

 

 

 

Gestire il tempo e allontanare lo stress

Siamo davvero noi a gestire il nostro tempo a lavoro e nella vita privata o è il tempo che sta gestendo noi?

Saper gestire il tempo e lo stress è una competenza fondamentale per raggiungere i nostri obiettivi e misurare la nostra produttività in una società che ci impone di essere sempre più efficaci e produttivi.

La Gestione del tempo (o Time management) è un processo di pianificazione del tempo utilizzato per specifiche attività, in particolare per aumentare l’efficacia, l’efficienza e la produttività.

Se non utilizziamo, almeno parte del nostro tempo, per il benessere personale e per ciò che ci fa bene, per ricaricare o recuperare le nostre energie, rischiamo di aumentare i nostri livelli di stress e di riempirci di tossine velenose con conseguenze deleterie per la nostra salute fisica e mentale.

Esistono diversi tecniche e accorgimenti utili per gestire il proprio tempo in modo efficace, essendo una competenza occorre allenarsi e monitorare i progressi.

Vediamo 6 strategie utili per migliorare:

  1. Conoscersi
  2. Fissare obiettivi chiari
  3. Monitorare la produttività
  4. Scegliere le priorità
  5. Preparazione
  6. Riduzione

 

Adesso vediamole brevemente nel dettaglio.

  1. CONOSCERSI

Conoscere le nostre preferenze, gli interessi, le motivazioni e le nostre attitudini più sviluppate ci consente di comprendere quelle che sono le attività in cui ci può essere un carico di energia maggiore; Una consulenza di bilancio delle competenze può aiutare questa conoscenza di sè.

Alcuni consigli:

  • Identificare le proprie aree di forza e di miglioramento.
  • Scegliere le tecniche più adatte a sé.
  • Impostare e implementare azioni specifiche e misurabili.
  1. FISSARE OBIETTIVI CHIARI

Gli obiettivi governano il Time Management permettendo di assegnare priorità alle attività. Definire e comunicare con chiarezza gli obiettivi, dandosi una scadenza di realizzazione e definendo dei momenti di monitoraggio, permette a chi li deve portare a termine di sfruttare al massimo il proprio tempo.

Definire un obiettivo permette di:

  • Dare una direzione alle nostre attività.
  • Chiarire le aspettative nostre e dell’
  • Capire quali sono le attività realmente importanti e prioritarie.
  • Alzare il livello delle prestazioni.
  • Valutare e Misurare.

 

In sintesi, DATTI OBIETTIVI “SMAART” : Specifici – Misurabili- Ambiziosi – ma rAggiungibili- Realistici – a Tempo, scadenza.

 

  1. MONITORARE LA PRODUTTIVITÀ

Per iniziare a gestire il tuo tempo, devi avere consapevolezza del modo in cui lo stai utilizzando.

«Il lavoro si espande fino a occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo.» (Cyril Northcote Parkinson – storico navale britannico)

  • Invece che il tempo necessario, a volte utilizziamo quello a disposizione: “più tempo a disposizione si ha, più se ne spreca“.
  • Ma è vero anche il contrario: quando il tempo scarseggia chi lavora lo fa con maggiore efficacia, motivato dal rischio di non riuscire a completare un compito a scadenza ravvicinata, con la prospettiva di possibili conseguenze negative.
  1. SCEGLI LE PRIORITÀ: IL PRINCIPIO DI PARETO

«l80% degli effetti deriva soltanto da un 20% di tutte le cause».

L’80% del risultato si ottiene nel 20% del tempo o dello sforzo: dunque fai le cose al meglio la PRIMA VOLTA, Non rimandare ciò che è IMPORTANTE PER TE e impara a dire NO sulle cose che ritieni meno rilevanti.

  1. PREPARAZIONE

Significa:

  • Dedica tempo a pianificare e organizzare il tuo tempo.
  • Fai un resoconto “una tantum” del tuo tempo.
  • Organizza il tuo spazio di lavoro. Ordina.
  • Approfitta dei momenti di massima energia.
  • Evita di ridurti all’ultimo momento.
  • Sbriga le routine quotidianamente, perché non si accumulino.
  • Ricorda di destinare un tempo preciso alle cose importanti che ti sembrano non urgenti adesso ma che potrebbero diventarlo domani, se non affrontate con anticipo.
  1. RIDUZIONE
  • Limita e previeni le interruzioni e gestisci visite e colleghi.
  • Riconosci le tue mancanze personali.
  • Se puoi, evita riunioni inutili.
  • Impara a delegare in modo appropriato.
  • Impara a dire di no.
  • Attenzione ai ladri del tempo: come le priorità confuse, interruzioni di altri, internet o mail, smartphone e notifiche, telefonate, gestione di conflitti da gestire.

Conoscere e imparare a gestire questi errori è fondamentale per gestire efficacemente il proprio tempo. Altri invece sono abilità più complesse da conoscere e allenare con pazienza e pratica costante, come lo sviluppo di una comunicazione efficace o la gestione dei conflitti. Per quest’ultime può essere utile formarsi attraverso video corsi o libri ed eventualmente farsi sostenere anche da uno psicologo o da un coach specializzato sull’argomento.

 

Per saperne di più su tecniche e allenamento segui il mio video corso la Gestione del Tempo su Udemy o richiedimi una consulenza